Progettare lo scarto tra il tempo incalzante della città e il tempo libero. Pausa urbana. La lezione di Burle Marx a Rio.

Argentinos todos pintores.
Chilenos todos poetas.
Brasileiros todos musicos y bailarinos.

Il ritmo della musica e della danza rappresenta uno dei primi tentativi dell’uomo per cercare di imporre all’indistinto caos della natura originaria un proprio ordine riconoscibile. Il canto e la danza sono parte importante di quel patrimonio comune che costituisce il collante naturale della tribù,eventi che sottomettono l’indifferente fluire del tempo a una più rassicurante e controllabile ciclicità. Ondeggiamento coordinato di tutto il corpo, guidato da un accompagnamento musicale, la danza rivela però nel ritmico pestare dei piedi la propria essenza.

Avenida Atlantica, lungomare di Rio de Janeiro, Brasile. Progetto di Roberto Burle Marx, 1970.

Ma allora i disegni che coprono i marciapiedi di Rio de Janeiro forse non sono soltanto semplici decori, abbellimenti voluti da un popolo particolarmente allegro e spensierato; forse si tratta di un inconsapevole spartito disegnato dai passi di milioni di ballerini, sorta di manuale senza didascalie in cui sono catalogate figure di danza. Straordinaria testimonianza di cultura materiale, regesto spontaneo di un sapere popolare, i mosaici, le “palladiane” in bianco e nero, le tessere di marmo, i collage di frammenti di maioliche colorate, le piastrelle di cemento segnate da righe e da onde si stendono ai piedi delle case come un tappeto che separa il territorio del camminare e dell’incontrarsi dall’uniforme superficie di macadam grigio su cui rotolano le gomme delle automobili, regno anonimo della fretta.

Avenida Atlantica, lungomare di Rio de Janeiro, Brasile. Progetto di Roberto Burle Marx.

Chi ha saputo trasformare questo patrimonio inconsapevole in un autentico progetto urbano è stato il paesaggista Roberto Burle Marx. Disegnando venti chilometri di lungomare che separano il Museo di arte Moderna con la spiaggia di Leblon, passando per le spiagge di Flamengo, Botafogo, Leme, Copacabana e Ipanema, Burle Marx non ha solo realizzato il più grande paesaggio urbano del mondo, ma ha saputo dare forma e luogo particolare, progettando la transizione che collega la città all’oceano.

Avenida Atlantica, lungomare di Rio de Janeiro, Brasile. Progetto di Roberto Burle Marx

Da un lato le case, gli uffici, i quotidiani commerci della giornata; dall’altra l’infinita e instancabile distesa del mare. In mezzo la spiaggia, palcoscenico privilegiato dello svago, tempio dedicato ai titi del divertimento e della cura del corpo.

Il lungomare di Burle Marx segna la presa di coscienza della città che si affaccia su di una dimensione diversa, lo scarto fra il tempo occupato dal lavoro e il tempo libero e disponibile. Corsia di scorrimento a velocità ridotta, il lungomare è un belvedere aperto sulla brulicante distesa di corpi, spazio intermedio fra il flusso delle auto e i costumi da bagno. Qui i disegni tracciati sul suolo accompagnano il passeggio o segnalano lo scorrere di pattini, biciclette, skate-board; indicano le soste dove bere il succo di cocco o sedersi a chiacchierare.

Avenida Atlantica, lungomare di Rio de Janeiro, Brasile. Progetto di Roberto Burle Marx

Ciò che Burle Marx ha saputo introdurre è il riscatto del marciapiede dalla piatta bidimensionalità della supergrafica: il suolo guadagna la terza dimensione conquistando il diritto di elevarsi dalla quota 0:0 con panche, rialzi da terra, palme, arbusti e alberi fioriti. Non arbitrari e leziosi arredi pubblici ma elementi solidi di una nuova geografia urbana per cittadini dai comportamenti temporaneamente rilassati. Il nastro ininterrottamente decorato dei marciapiedi di Rio sembra riflettere lo spirito processionale della samba.

BURLE MARX_lungomare di Rio de Janeiro_Avenida atlantica

Riattraversando l’oceano e rientrati in Europa, i marciapiedi sembrano improvvisamente perdere di interesse. se appena si esce dalle strette strade dei centri storici scompare qualsiasi attenzione che distingua la carreggiata vera e propria dal marciapiede. Dominio del pratico, del razionale, l’Europa ha decretato il trionfo dell’asfalto, uniforme superficie comune ad automobili e pedoni, alla gomma e al cuoio. Difficile ricostruire un senso allo scorrere della storia guardando l’indifferente distesa grigia.

Carreggiata e marciapiede si riassumono nello scarto imposto dal basso gradino di pietra che stacca le diverse quote di auto e pedoni.
Eppure, in questo modesto dislivello, Parigi ha saputo concentrare il sentimento urbano della strada. regolare, ben connesso, squadrato e preciso, il bordo del marciapiede è luogo disegnato da una alta densità di operazioni.

Nulla di tutto questo in Italia.
Il marciapiede è l’anonimo riflesso del generale disinteresse per lo spazio della città. Poco contano alcuni recenti tentativi di sostituire qua e là l’asfalto con pavimentazioni più moderne: all’indifferenza del grigio si è sostituito l’altrettanto uniforme color pastello dei blocchetti autobloccanti, dimostrazione lampante di quanto possa essere illusoria l’accoppiata fra presunta bellezza e praticità. Non migliori si rivelano gli zelanti tentativi di ripristinare pavimentazioni storiche: non vi è nulla di più ostile del camminare su ciottoli di fiume che, anziché essere annegati in un letto di sabbia, affiorano imprigionati da una colata di cemento. Non parliamo dei cubetti di porfido.

Eppure basterebbe poco. A Milano lo dimostra la diligente ripavimentazione della piazza del Duomo. Ancora a Milano, lo dimostrano soprattutto i buffi spartitraffico disegnati da Enzo Mari. Goffi, tozzi, come panettoni, questi oggetti sono diventati il simbolo stesso dello spazio pubblico della città, capaci con la loro dislocazione, talvolta irrazionale, talvolta casuale, di descrivere i comportamenti d’uso del suolo.
Ma punteggiando con la loro sagoma grassa l’intera città , sono il vero unico segnale che indica ai milanesi l’appartenenza a un comune territorio.

Siamo convinti che si potrebbe fare di più, evitando la sirene decorose dell’arredo urbano e pensando invece al senso autentico dell’occupazione pubblica del suolo.

[estratti dall’articolo Suolo pubblico di Enrico Morteo,  Modo 181, 1997]

Nemmeno un metro cubo, non un lezioso catalogo di arredi pubblici, ma elementi di una nuova geografia urbana per i cittadini dai comportamenti temporaneamente rilassati. L’architettura non è solo fatta di volume.

[Enrico Morteo, Architettura & Cubatura (lavorare alla scala intermedia) in Aldo Aymonino, Valerio Paolo Mosco, Spazi pubblici contemporanei. Architettura a volume zero, Skira, Milano 2006-2008, p.60]

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